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Good morning Vietnam!

Doveva essere Cuba. Ne abbiamo parlato per mesi, controllato tariffe aeree, pianificato percorsi. Alla fine, niente. E allora ho deciso per il Vietnam. Da sola, o meglio con ViaggieMiraggi. Quindici giorni, densi e scattanti, dal Nord al Centro al Sud, valigie sempre in carico e scarico, protezione solare, antizanzare, cappello e ombrello sempre in borsa.

Ma andiamo con ordine. Primo incontro all’aereporto di Milano, banco Aeroflot. Dodici persone più l’accompagnatore (tredici quindi, ma non porterà male?). Presentazioni, strette di mano, l’inizio di una storia lunga due settimane. Con pochi sguardi ci soppesiamo, valutiamo, interpretiamo; dovremo condividere ore e ore di pulmino, colazioni pranzi e cene, gite in barca in bici in moto … Ed è andata benissimo.

Atterriamo ad Hanoi alle otto di mattina dopo nottata quasi insonne ed è subito … pioggia! Bagnati fradici visitiamo il Tempio della Letteratura, il Mausoleo di Ho Chi Minh e il Quartiere Vecchio. Hanoi, assordante di motorini, in sella in due, in tre, anche quattro, più mobili, animali o viveri. Le donne sfrecciano completamente coperte: mascherina, cappuccio, occhiali, casco, guanti, mantelle sulle gambe a coprire pantaloni e gonne. Ci saranno più di 30 gradi ma non un centimetro di pelle deve prendere sole. Noi sudiamo solo a guardarle.

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Il Quartiere Vecchio ha un suo fascino: difficilissimo attraversare le strade, i marciapiedi sono parcheggi per scooter (anche due, tre file), ma anche il posto preferito dai vietnamiti per cucinare, lavare i piatti, mangiare. Accovacciati a terra preparano zuppe fumanti, pesce e carne arrosto, riso in padella; prendi posto su un micro sgabello di plastica blu e sei servito. Street food! Nel dedalo delle strade si alternano, combinati a caso, centri di massaggi, boutique hotel, pagode, botteghe di paccottiglia per turisti, eleganti locali di legno scuro orchidee e lanterne. Tra il puzzo di fogna, i risciò e i clacson assordanti. Che bello rifugiarsi un attimo in albergo!

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Ma non è che l’inizio, e il Nord ci aspetta. Villaggi tra le montagne, case su palafitte, tre notti ospiti in famiglia, alla scoperta delle minoranze etniche. Dormiamo tutti e tredici insieme (e non ha portato male!), ognuno il suo futon, la sua zanzariera, la lucina vicino al cuscino. Si dorme al piano superiore, si entra senza scarpe e non ci si avvicina all’altarino degli antenati. Ovviamente facciamo a turno per l’unico bagno.

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La mattina ci sveglia il gallo e il profumo di caffé, intenso e cioccolatoso. Pronti per un lungo trekking nel bosco, con vista risaie. Non importa se le scarpe affondano morbide nel fango, “non ti preoccupare, le laviamo nel fiume poi!” I pendii son di un verde che abbaglia e i bambini ci salutano dalle case. Rientriamo a casa dopo una fresca bia hoi (la birra artigianale del Nord) lungo la strada, ” chi fa la doccia per primo?, ed è subito notte. Dopo cena passeggiamo un po’ fuori del villaggio per guardare le stelle, e andiamo a letto presto. Domani ci aspetta il giro in bici.

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Lasciamo le montagne del Nord a bordo del nostro pulmino, ormai una seconda casa, la guida ci delizia con il suo repertorio di canzoni italiane, e ci spostiamo verso la baia di Halong. Scongiuri e preghiere perché la crociera non venga annullata all’ultimo momento per il brutto tempo e finalmente siamo pronti a salpare sulla Victory Star, la nostra giunca a quattro stelle. Legno scuro, palme, cuscini di seta: entro in cabina e non vorrei uscirne, la baia e le isole scivolano lentamente via dal mio balconcino … ma chiamano per il pranzo e l’escursione in sampan, il corso di cucina … però una lunga doccia vista baia non me la toglie nessuno!

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I giorni scorrono sempre più veloci, ci siamo ormai assuefatti all’umido e al riso fritto, i noodles, gli involtini primavera e l’insalata di papaya verde. Così voliamo al centro: Hoi An, la città delle lanterne, magia di lucine sul fiume, e Hue, la città imperiale. Poi di nuovo in volo verso il sud, Ho Chi Minh City (la vecchia Saigon) e il delta del Mekong, il mercato galleggiante, altri villaggi e ancora banani, palme, manghi …

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Hoi An

Siamo quasi alla fine. Visitiamo il Museo della Guerra a Saigon e ci prende l’amarezza, per lo spreco di vite umane, gli errori commessi, i risarcimenti mai avuti, la sconfortante eredità delle bombe al Napalm. Ed è solo davanti alle foto di villaggi in fiamme e corpi mutilati che il sorriso vietnamita si spegne e prende il suo posto un velo di dolore.

 

 

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Vado a Lampedusa

Brulla, arida, selvaggia. Quasi sconcertante appena si arriva. I colore e i profili delle case come Tunisia. Ma anche un senso di abbandono e incuria, un’indolenza che non ti aspetti; balconi deserti, muri scrostati, case forse abbandonate, altre in construzione per metà, sabbia dappertutto …

Poi arrivi al mare, ed è un tripudio di acque cristalline dalle mutevoli sfumature di turchese. Ti tuffi e non ne esci più. Cala Croce e, soprattutto, la Spiaggia dei Conigli sono indimenticabili, vorresti non venisse mai sera.

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Lampedusa è isola senza glamour, senza movida, semplice, essenziale. Niente shopping ricercato, né esclusivi riti di colazione o aperitivo, cena e dopocena. La vita notturna è tutta in Via Roma, caffè ristoranti bancarelle di paccottiglia, musica dal vivo, i gelati di O’scià, spugne e teli tunisini a profusione. Se è la serata giusta c’è qualcuno che si lancia nel ballo su un pezzo fine anni ’80. Se le gambe reggono dopo una  lunga giornata  di mare.

E allora, una volta tramontato il sole, non rimane che decidere dove andare a cena. Pochi i buoni consigli online, divertente il passaparola in spiaggia: esotico Le Mille e Una Notte, interessante Sciuri e Fava, carino il Mercato del Pesce, e anche Il Balenottero e Voscenza. Ma è stato al ristorante I Gemelli che la serata si è fatta molto interessante: venerato dal suo simpatico cameriere, il proprietario del locale è il cantautore Antoine Michel, miscuglio di Tunisia Francia e Sicilia, star dell’isola, energia contagiosa.

Ci offre un passito di Pantelleria mentre il cameriere mette su uno dei suoi pezzi più belli, Sharabià. Camminando per Via Roma ormai quasi deserta continuiamo a cantarla. Sharabià.

 

Metti una sera in un paese lucano …

Che fare la sera del 4 gennaio se trascorri tutte le vacanze natalizie a casa dai tuoi nella natale città di provincia, sonnolenta, pigra e mollacciona? Non l’ennesima pizza per favore, qui non si fa altro che mangiare! Messaggio Watsapp e arriva la proposta: suonano blues in un pub a Oppido. Oppido? Sì, si chiama Dream Irish Pub, suonano i Caravaggio Smart Duo … Allora va bene, tanto guidate voi. Anche volendo, ho venduto la mia macchina.

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E allora, organizzate due vetture, partiamo. Ma quanto dista Oppido? Non ci vuole niente, sono solo 43 km. Bene. Cominciamo con lo sbagliare l’uscita dalla superstrada. E non possiamo fare altro che proseguire, inerpicandoci su montagne buie punteggiate da piccoli, romantici presepi sulle cime intorno. Paesaggio da favola. Magico! Intanto discorriamo del panorama, della super luna, di Matera 2019, della Regione Basilicata, ah qui non funziona niente!, ma neanche i collegamenti Potenza Matera! Però queste montagne ti affascinano, dico. Io che le ho abbandonate. Sì, lo so, sono belle per una breve vacanza; non puoi viverci, ti soffocano. Ma questa è una sera di vacanza e i boschi lucani sono una favola. Ogni tanto spunta veloce una coda di volpe.

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Ma quando arriviamo? E’ quello Oppido? no, è Tolve. Ah. Ci mettiamo circa un’ora, ma alla fine ci siamo. Che bella la cattedrale. Scusate, sapete come arrivare al Dream? Andate dritto, l’insegna verde. Eccoci.

Entriamo. Arredamento celtico, strumenti pronti, ancora poca gente. Professoressa! Caspita, incontro ex alunni dappertutto. Professoressa, non si ricorda di me? Venticinque anni fa ad Acerenza! Proprio qualche giorno fa parlavo di lei! Non ce ne sono più insegnanti così. E giù con i complimenti.

La porta si apre, entra un gruppo di tre. Professoressa! Noooo, … della stessa classe di Acerenza. Baci e abbracci e sguardi increduli.

Il blues va, forte e dirompente, i panini sono buoni, la birra tanta. Chiacchiere, risate, brindisi al nuovo anno, ma sì, di nuovo!, ed è mezzanotte. Paghiamo e andiamo via.

Non senza scattarci un selfie. Chi lo sa quando ci rivedremo.

 

 

 

 

Un salto a Parigi

(Is it night? Are we here alone?)

It is I you hold, and who holds you;

I spring from the pages into your arms –

Walt Whitman, So Long

 

C’è un solo vantaggio nell’avere i figli all’estero: andarli a trovare.

Eccomi quindi a Parigi, pronta per una girandola di tre giorni, decisa a fare vedere prenotare il più possibile.

“Mamma! entri dappertutto, non arriveremo mai!” Sono frastornata ma lucida, scattante, instancabile, incontentabile. Mia figlia severamente preoccupata ripete “Non riesco a farti fare TUTTO!”

Arrivo la sera molto più tardi del previsto e il programma faticosamente concordato tra mille messaggi salta e allora … cena sotto casa e a letto. Roba da non credere! Ma dal giorno dopo il rito della colazione non si limita all’imbandire tavola con due specialità di pane, non bianco per carità, due tipi di latte vegetale, tre caffettiere, marmellate e yogurt , … no, è tutto un consultare di link a mercatini, eventi, concerti, ristoranti, musei, mostre, negozi e fermate di metro. Due smartphone sono appena sufficienti a comporre un puzzle che sia la perfetta combinazione di Africa nera, mondi arabi, estremo oriente e … chic parigino. Mal di testa?, stress?, direbbe mia madre, ma no, it’s so much fun!

Allora di volata alla Monnaie de Paris per la mostra Women House, poi di gran carriera all’Orangerie per Dada Africa (e qui ci concediamo una pausa contemplativa tra le ninfee di Monet), per poi ritrovarci al micro tavolo della finestra di Così, bistrot salutista tra le gallerie d’arte e le boutique di Saint-Germain-des-Prés. Rilassiamoci un attimo.

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Monnaie de Paris

Vento, pioggia, grandine, “Sei stanca? scherzi! andiamo!” Ma, prese tra i venti dei grandi boulevard, decidiamo di sederci per un tè. Sì, ma dove? Sembra facile ma anche un tè pone una serie di scelte: inglese, orientale, arabo, russo o … ? Ci salvano dall’impasse le vetrine di Toraya, i bonsai dorati, le scatoline decorate, i dolci in miniatura. E tra un soba-cha e un genmai-cha e due microscopici ma costosissimi dolcetti agli azuki bianchi, siamo di nuovo al lavoro per prenotare il ristorante della cena. Una tajine ci starebbe proprio bene. Bene, trovato! Perfetto per poi spostarci fino al FGO Barbara, centro culturale nella Goutte d’Or dove ci aspetta il festival afro-latino, concerto e djset.

Il 18° arrondissement non è tra i più chic e camminiamo nervosamente spedite. “Non mi piace molto qui.” “E tu vuoi l’Africa a Saint Germain?”

Arrivate là leggiamo alla biglietteria che l’evento è complet, non possiamo entrare. Eh, ma non può essere!, e così non sarà. Invece di andar via, insistiamo, con la biglietteria, con la sicurezza, con la biglietteria di nuovo, e quando siamo già fuori meditando sulla prossima mossa mentre la musica va, arriva l’agente della sicurezza e ci fa entrare. Senza biglietto. E siamo in pista.

Sono giornate intense, lunghissime, dilatate; 15, 20 km a piedi al giorno intessuti di fitte conversazioni, leggere ma profonde, incastonate di riflessioni, confessioni, progetti e ricordi. Senza sosta, sempre connesse l’una all’altra, dal primo sollevare di palpebre la mattina al richiuderle, tête-à-tête, esauste, a notte fonda.

Il nuovo giorno inizia fresco con idee chiare e un programma quasi pronto. Cominciamo da Les Grands Voisins, village utopique en plein cœur de Paris. Tanto è dietro casa. E poi volare nel 16°, al musée Yves Saint Laurent, il palazzo dove lo stilista ha vissuto e creato  per circa trent’anni.

Balziamo alle Galeries Lafayette, tra le renne le luci e la delirante folla natalizia per poi avventurarci in un mercato di artigianato africano e ritrovarci da La Recyclerie, incredibile spazio di creatività, riciclaggio e sostenibilità. Dim sum per cena da Yoom, serata swing al Caveau de la Huchette e un passaggio veloce all’ Alcazar, posto trendy per icena e musica. Domani andiamo a fare shopping nel Marais però.

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Yoom

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La Recyclerie

 

E così, tra un pranzo libanese al mercato e un tè da Le Loir dans la Théière, scopriamo i profumi di Nikolai e i gadget giapponesi di mark’style tokyo. Allegro, rumoroso e bohemien Le Petit Marché per cena e via di nuovo in viaggio per la chiesa americana e il concerto gospel. Siamo addette stampa e ci scortano premurosi fino al primo banco, proprio davanti al coro.

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Le Loir dans la Théière

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E’ una colazione diversa stamattina, senza programmi, senza prenotazioni. Le porte della metro già si chiudono, tu ferma lì sulla banchina, io portata via in pochi attimi.

L’ennesima, difficile, per poco senza lacrime separazione. Mi viene da pensare che essere madre sia imprescindibile dal separarsi, perché tu nasca, e rinasca, ogni volta.

Prossima tappa, secondo figlio. Spagna!

 

Ognissanti

“Vedi?, manca poco a Natale!”, mi informa mia madre mostrandomi luminosa il gruppetto di pagine della sua agenda rimasto ancora bianco.

E’ seduta davanti a me alle prese con la sua giornaliera nota della spesa, da consegnare, ricopiata su pizzino, a mio padre che, tirato a lucido come ogni mattina, la eseguirà alla lettera, o quasi.

Io appena sveglia mi destreggio tra acqua calda e limone, yogurt, pane tostato, caffè… lo sguardo ancora intontito e la mente non proprio sveglia. Natale? A me Natale sembra ancora lontano, ma non voglio contraddirla, mi posso rilassare, sono a casa. Per pochi giorni, ma sufficienti a mollare ogni presa, incurante degli orari o delle giornate da riempire.

La mia vita da un anno è altrove, anche se non è mai andata via da qui, la casa di famiglia. Esattamente un anno fa chiudevo definitivamente con il superfluo di libri oggetti vestiti mobili …, e imballavo una sintesi di me stessa, stipata in 70 scatoloni.

La mattina del 2 novembre 2016 quei 70 scatoloni arrivavano nei miei 55 mq di Firenze, portati a spalla su due piani di impossibili scale strette e ripide di un immenso palazzo nobiliare nel cuore della città.

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Come avrei potuto immaginarlo.

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Uno strappo desiderato e necessario, impulsivamente pianificato, follemente eseguito.

Eccomi qua, ridotta ad essenza e già rigogliosa di nuova linfa.

Un anno è passato, lunghissimo intenso inebriante, e gli angoli della mia nuova casa hanno già cominciato ad accumulare un pò di storia.

In fondo, poi, Natale non è proprio così lontano.

 

Fragranze 2017

Incenso e la voce struggente del soprano Giovanna Donini. E la Basilica di San Miniato al Monte. Pitti Fragranze è iniziata così per me, la sera di venerdì 8 settembre. Tra marmi, monaci e mosaici. E Firenze laggiù, mozzafiato.

Il giorno dopo, badge da blogger al collo (chi l’avrebbe mai detto?), mi aggiro con fare sicuro fra bottiglie, fiori, campanelle di vetro, espositori da tutto il mondo, buyers ed essenze. Non posso annusarle tutte! E allora scelgo.

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Mi fermo da Kajal Perfumes, casa di fragranze di Dubai. E mi faccio raccontare, e profumare; il simpatico profumiere allo stand mi descrive l’essenza da hipster, da donna romantica o avventurosa. Ma la storia si fa più interessante quando mi racconta del suo capo e della scia di profumo che lasciava,  del suo arrivare in ufficio sempre due minuti prima del boss e del giorno in cui è arrivato al lavoro e la scia aleggiava già nel corridoio. Lo saluto e cerco altre storie e altri profumi, ma mi rincorre e mi chiede se mi piacerebbe un tatuaggio dorato sul braccio. Di quelli che si attaccano con un pò d’acqua. Ma certo! E mi ritrovo sulla sua bacheca Instagram.

Lascio Dubai e mi fermo al Giappone, da Di Ser, fragranze tradizionali floreali o legnose di Sapporo, e … ma guarda! l’interprete è la mia amica giapponese Mariko. Il mondo è piccolo a Firenze. Lei ripartirà per Kyoto nei prossimi giorni ma subito lancio l’idea di un viaggio in Giappone. Chissà!

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E’ la volta poi di uno stand italiano. Parco 1923. Mi raccontano di boschi, piante e fiori delicati, di maggiociondolo, ginepro, caprifoglio, ginestra odorosa, … e intanto mi mostrano una cartina del Parco Nazionale d’Abruzzo. Vado via contenta con un sacchetto pieno di omaggi profumati e la testa inebriata di essenze.

Fuori da Pitti ritorno all’odore di pioggia, bistecca e carrozze, ma forse camminando riporto la primavera.

 

 

Zante la ritrosa

E’ aspra, reticente, faticosa. Difficile, se non ti accontenti. Devi penetrarla con andatura lenta, sofferta; stradine improbabili tra infinite distese di ulivi, sentieri sterrati che è follia imboccare  la notte, eppure! … Anche fare dietrofront è stata ardua impresa.

 

Se la percorri via terra devi essere paziente, molto; ti serve una buona macchina, Google Maps e una connessione che non ti abbandona una volta superato l’ennesimo tornante. “Tra 30 metri sei arrivato a destinazione”, questo il messaggio che pregavo arrivasse dopo la ventesima svolta a destra e poi a sinistra e poi di nuovo a destra … Dio mio! Senza mai un cartello, o quasi.

 

Se vuoi conquistare quest’isola devi darle anima e corpo, e inseguirla, illuderti di averla finalmente presa, ma no, lei gioca a nascondino, nulla si intravede ancora all’orizzonte e devi continuare a guidare. Se è un porto che stai cercando di raggiungere, dovrai salire e scendere su per le montagne, e solo quando sarai con la macchina quasi in acqua capirai di essere arrivato. E’ un inganno feroce. Bella Zakynthos, t’amo e t’odio. Soprattutto dopo cena, quando vorrei finalmente ammorbidirmi con una retsina o un ouzo in più, ma no! ci sono quei tornanti da incubo da rifare!

 

Via mare è un delirio di verde e di blu. La costa bianca e altissima del nord, le blue caves, la spiaggia del relitto, l’acqua leggera e cristallina in cui cullarsi sirena felice.

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I paesini di montagna Volimes e Anafonitria, le spiagge (Xigia, Alykes, Aghios Nikolaos e Dafni), i monasteri, la capitale, le taverne sul mare, quelle in montagna, o nel vigneto, le terrazze, il Mahogani Art Café, il ristorante Nobelos Bio, il festival di musica Varkarola,  … niente ho tralasciato.

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Nobelos Bio Restaurant

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Mahogany Art Café

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Ampelostrates taverna, Kiliomenos

 

Bella, inespugnabile Zakynthos, ho bisogno di un’altra vacanza!:)

 

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Corfù la profumata

Se chiudi gli occhi senti il rosmarino, la salvia, il basilico, il timo, … se li apri i ricami di mare ti incantano. Nelle isole greche bisognerebbe arrivare dal porto, avvicinarsi lentamente e man mano mettere a fuoco, le barche, le case, le taverne, …

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Corfù è tanto grande da sembrare terraferma, una macchia di un verde tanto fitto da non lasciare possibilità di aperture, se non sulle sfumature del blu. Prendi una macchina, allora, inerpicati sulle montagne, curva dopo curva, sali, scendi, risali e scendi di nuovo. Ti sei persa? Chiedi informazioni, ti diranno che sono solo 2 km, o 5 minuti, e procedi fiducioso, ma di km ne hai percorsi 12, 15, e il tempo? ….

La nostra casa, arredamento etnico di charme, tende bianche e soppalchi, era proprio l’ultima in un paesino di vecchi e bambini, due botteghe dagli orari improbabili e una chiesa, aperta a giorni alterni, forse. Ma la terrazza ci ha regalato colazioni riflessive nel verde, nell’angolo un prezioso scorcio di mare. Per non parlare delle stelle, e della musica al rientro la sera.

La ricerca della spiaggia perfetta. Baia piccola o grande, di sabbia o di ciottoli, con ombrelloni e lettini o selvaggia, … Ne proviamo un pò, e lasciamo un pezzo di cuore a Paleokastritsa, la spiaggetta del ristorante Belvedere (ottima taverna e ombrellone per tre a soli 7,50 euro), ma soprattutto a Barbati. La Piedra del Mar, ristorante e beach bar, tessuti africani e arredi di design, è il posto giusto. Acqua trasparente, musica chill out, buona cucina, ottimo servizio, posto figo! E ci ritorniamo.

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Sempre alla ricerca di acque cristalline decidiamo di fare escursione a Paxos e Antipaxos; lì il mare è di un’incantevole trasparenza turchese, ma la traversata è lunga e la sosta alle Blue Caves quasi inutile. Paxos è très chic, non c’è dubbio!

 

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Ma veniamo alla città, Kerkyra Old Town. Una vera sorpresa di palazzi, vicoli, portici, piazze e fortezze, un’imprevedibile combinazione di oriente e occidente, Venezia e Parigi a braccetto, piante, uccelli che cinguettano assordanti, balconcini e grandi tovaglie ad asciugare. Difficile non perdersi.

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Ma facile trovare da mangiare. Flemmatico e suadente, lo chef di Pomo D’Oro Aristotelis Mengoulas ci presenta i suoi piatti e ci conquista. Anche per i pomodori della sua insalata greca c’è una storia speciale.

Continuando a sfidare le montagne, ci avventuriamo attraverso il bosco e tornante dopo tornante troviamo finalmente Agni, una piccola striscia di ciottoli sul mare interamente occupata da ristoranti di pesce. Abbiamo scelto Toula’s e non abbiamo sbagliato: polpo grigliato profumato alle erbe e i dolci, ah i dolci! Abbiamo poi scoperto che si poteva arrivare in barca da Kalami e che sarebbe stato meglio prenotare per avere un tavolo sul pontile. Scopriamo infine che la cucina corfiota è in fondo veneziana e da Tavernaki, sul porticciolo di Kassiopi, il Bianco, casseruola di pesce e patate in salsa di limone e aglio, è davvero fenomenale.

Ogni isola greca ha il suo tramonto. A Corfù bisogna arrivare fino ad Afionas, scegliere un divano al caffè Anemos e inebriarsi di blu. Poi la discesa da Afionas, il villaggio dei fiori, tra ulivi fitti e ricadenti, curva dopo curva, senza parole, malinconica musica greca la nostra colonna sonora.

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Esami che noia!

Per fortuna c’è una cartina geografica lì, appesa sulla parete di fronte. La guardo spesso da dove sono qui seduta, parte del plotone di esecuzione di un ennesimo, lunghissimo esame di stato.

La guardo da lontano, ma appena posso mi alzo e vado ad osservarla da vicino vicino; è solo una carta dell’Europa, con un inizio di Africa e metà Asia, ma apre quella parete su un’altra dimensione. Di libertà, vacanza, di esplorazione. Starei ancora un pò a perdermi fra le coste, montagne, fiumi, città, … dove sono stata, dove andrò non appena terminati gli esami, dove vorrei un giorno andare, ma …

“Bene, passiamo all’inglese …”. Eccomi!, posto di blocco riguadagnato prontamente, altro candidato da torturare. Ritorniamo a Joyce, ai romantici, ai vittoriani, “Parlami del doppio in …”. E’ dura. Cinquantasei volte lo stesso rito, le stesse domande, le stesse risposte, “Che farai dopo? Università?”, la discussione sul voto, la catena di montaggio delle firme, altro candidato, si ricomincia, “Prendiamo un caffè, per favore!”

Noi della commissione, confesso, abbiamo tempo. Per studiarci, e immaginarci in una vita oltre questi esami. Oltre i sandalini con strass e i vestiti aderenti e un pò slabbrati, la T-shirt sbiadita o perfettamente stirata, la borsa di cuoio mal ricucita, la scarpa ginnica, i capelli arruffati e i libri precisamente allineati sul banco. Le nostre vite si incrociano per un pò, puntualmente alle 7.50 di ogni mattina di queste tre settimane tra giugno e luglio, per poi, forse, non intersecarsi più. Le nostre conversazioni, incursioni veloci nel privato, squarci su altri mondi, costruzioni possibili. “Quanti figli hai tu?”, “Dove te ne vai in vacanza?”

Al quarto colloquio della giornata puntualmente gli occhi mi si chiudono prepotentemente, e sono costretta ad alzarmi di nuovo. Breve passeggiata nell’aula e sono ancora di fronte alla carta geografica. Lì il tempo accelera come per magia, e mi porta via con sé.

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Esami che emozione!

Era tanto che non scrivevo su questo mio blog, una lunga pausa … una vita, e continuavo a rimandare il momento del ritorno al mio riflettere a voce alta, il congelare l’evento in poche, incisive righe, la ridefinizione di un attimo di vita, il suo stabilizzarsi in una forma da condividere.

E non ho ancora capito cos’è che ci spinge a scrivere di noi, a guardarci dall’esterno, e volerci rendere trasparenti. Quale stato d’animo induce questo impulso, è la felicità o il dolore? Non so, ma Alessandro mi ha oggi costretta a rompere un silenzio di 18 mesi. Il suo esame di stato, la sua malattia, la nostra consapevolezza dell’assenza di un futuro per lui, le lacrime di chi lo ha seguito per anni, e le lacrime di chi, come me, lo ha appena incontrato. Mi sono sorpresa a piangere.

Determinazione e tenacia in un corpo che si sta rapidamente consumando, gracile, leggero, instabile. L’affaticamento nella voce, la tensione negli occhi, le mani che non trovano pace. La commissione era emozionata quanto lui.

Mi hai detto che il tuo colore preferito è l’oro, e ne sono rimasta stupita; sarà forse per quella sua brillantezza e pienezza che ti sfuggono? Alessandro, hai ricordato alla vita del suo senso più autentico, quello che, stupidamente, troppo spesso ci sfugge.

Non dimenticherò mai come mi hai abbracciato.